Therion Aelinthiel

Therion Aelinthiel

Generalità

Nome: Therion Aelinthiel
Razza: Elfo
Genere: Maschio
Classe: Chierico di Fharlaghn/Divinatore/Lavoratore
Allineamento: Neutrale puro
Fazione: Credenti della Fonte
Età: Giovane età elfica, 140 anni circa

Descrizione

Descrizione fisica:
Elfo alto e irrobustito a causa del lavoro, ha la pelle chiara, occhi grigi e lunghi capelli biondo cenere. Sorride spesso, ma è un sorriso triste. Parla con voce pacata e lenta, sembra sempre che la sua mente sia impegnata altrove.
Descrizione caratteriale:
Il susseguirsi di vite ha appianato in Therion le spigolosità del carattere fiero e gioioso degli elfi. Questioni morali o etiche scorrono su di lui come acqua: l'importante per lui non è trovare una ragione o un senso, ma solo trovare la via per il proprio destino, trovare la perfezione.
E' pacato e silenzioso, non esprime giudizi se non finalizzati al miglioramento dell'opera di qualcuno. Si può dire generoso, ma non per propria bontà d'animo: ritiene che la sua opera non ha valore in sé, ma che sia solo il prodotto di scarto del suo divenire, e come tale, libera di essere venduta o regalata a piacimento. Ha dei valori che vanno al di là del bene e del male: rispetta l'ingegno, la perseveranza, la forza d'animo.

Storia

Ricordo.

"Quella pu….lla, demone regina, grande t…a di Llolth! Come osano, come hanno osato le sue servette, le sue sacerdotesse, tenermi *là*? Nell'abisso, bello. Ma-te-lo-immagini?"
Spalanca gli occhi e le braccia, mettendo in evidenza i bicipiti asciutti.
"Tutto il santo giorno, a s…..e con quelle t…ette infervorate. Divora-uomini, le chiamano. Divorac…i, te lo dico io! E ti assicuro, non smettono mai, mai, è t-e-r-r-i-b-i-l-e. Sempre curve, sguardi ammiccanti, grandi occhioni, catene, fruste… mai qualcosa di- di forte, muscoloso, bello, fiero! Qualcosa di maschio: quello sì. Solo quello può dominarmi: la forza. Solo quello mi incatena davvero."
"E infatti da là, da là sono fuggito. Fuggito per venire nella gabbia. Poco più che uno stordito. E poi, poi ho incontrato te. Proprio te, mio possente conquistatore."
Una mano aggraziata, dalla pelle viola, passa su pettorali scolpiti per poi soffermarsi sui riccioli dorati.
Un viso di giovane, bello come quello di un dio, con i suoi profondi occhi blu, guarda l'elfo oscuro avvinghiato a lui nell'abbraccio languido che segue una notte d'amore; gli occhi dell'elfo scuro sono viola e sognanti, i lunghi capelli bianchi gli cadono a ciocche studiatamente scarmigliate dalla passione sui brandelli di seta della maglietta che indossava. Le coperte gli coprono appena la delicata curva dei fianchi.
"Tu, mio dolce e delicato dio. E' stato bello passare con te la mia ultima notte."
L'elfo lancia un sospiro pieno di melliflua tristezza.
L'aasimar parla, con voce atona e stolida.
"E' l'alba. E' ora di andare: l'esecuzione è fissata per le cinque ante-picco. Il mio metro mi farà pulire i bagni di nuovo se gli porto un altro condannato in ritardo."
Il drow storce delicatamente le labbra.
"Ah, che artista muore con me!"

Tutto si fa confuso.
Poi, ricordo.

Una donna. Una del Popolo. Prima o dopo, non so dirlo. Le mani callose, scottate dalla fiamma della forgia, forgiate dal battito del martello, plasmate dal caos. Esse plasmavano il marasma caotico del metallo rovente, il liquido rosso sangue di ferro dell'abisso, in forme sempre nuove. Poi il morbido stagno, esse lo prendevano e tra le dita agili diventava come creta, dall'umile lacrima d'argento della terra nascevano gioielli mai visti da occhi viventi. E infine il legno, robuste ossa della foresta, che ancora pulsanti della loro vita prendevano nuova vita nell'unico momento di vera magia, la magia del fare, il creare che pone finalmente un punto all'eterno divenire. Il ferro dell'acciaio sono più forti della carne. La mano dell'artigiano è più forte di quella del guerrierio che regge la spada che l'altro ha battuto. Così insegna la sapienza del Popolo.
Lunghi giorni di lavoro. Lunghe notti di amorevole cura, per ciò in cui parte della vita di un cuore si infonde. Ma anche questo ricordo, come prima, incontra la sua nera notte. Prima di ricordare, prima di partire. Il ventre amorevole della madre diventa la gelida tomba.

Il mio nome è stato tanti nomi. Ma da parecchio tempo ho scelto per me quello di "Therion". Colui che vive. E io vivo. Ho vissuto. Forse, vivrò. Vita dopo vita. Incarnazione dopo incarnazione.
La mia vita si snoda attraverso le vite di molti: sono stato gith, drow, nano, uomo, orco. Sono stato tutto, prima e dopo essere di nuovo me. Dopo cicli di vite, ritorno in me. E quando sono me, ritorno prima o poi nel mio mondo, nel mio primario.
Là, c'è una spiaggia di sabbia fine e, sul limitare delle dune, un bosco di alte querce secolari. Solo una tra di esse è giovane, lo si nota dal tronco ancora d'argento, dal verde vivido delle foglie in estate; si leva più avanti delle altre, affonda le sue radici proprio dove la terra e la sabbia si uniscono. Mi piace pensare che anche lei viva una sorta di metempsicosi, un cammino dell'anima vegetale, proprio come il cammino che la mia anima percorre. La maggior parte delle mie incarnazioni non sono cosciente di essere me, di avere il mio destino, il mio dovere. Solo una volta, "ogni mille anni", mi piacerebbe dire, uno di noi, uno di me, si risveglia con tutti i ricordi delle sue precedenti vite. Proprio come il Therion che qui e ora sta scrivendo.
L'ho sempre fatto: al risveglio, lasciare una nota, una testimonianza della mia partenza.
Sono secoli che, per un motivo o per l'altro, finisco per risvegliarmi qui a Sigil. D'altra parte, ho inziato a notare che la maggior parte delle mie incarnazioni finiscono per entrare nei Credenti della Fonte. Appropriato, tant'è che spesso scelgo anche io di unirmi a loro. Il loro ideale, lo spirito di autorealizzazione, si adatta al mio destino.
Vorrei parlare, ancora una volta, della mia prima vita. Sono nato in un villaggio tranquillo, sulla costa del grande mare. Il mio popolo era fiero, nobile, triste. Mia madre aveva gli occhi grigi, come il mare d'inverno; mio padre mani forti, dita nodose. Era basso e tozzo, per la sua gente, ma tutti lo rispettavano, perché era il migliore tra i carpentieri di tutta la costa. Le sue navi sapevano abbracciare i venti, seguivano le correnti come il bimbo segue i genitori. Lui mi ha insegnato il suo mestiere.
Mi sono recato anche al palazzo dei cristalli, dove vivevano i nostri principi. Per loro, per tutta la vita, ho costruito imbarcazioni, per ogni viaggio. Fino a quando non è giunto il momento di partire: tornare al di là del mare, dove i bardi narravano stava la terra beata, dove i primi antenati si erano risvegliati sotto la luce d'argento delle sei stelle del settentrione.
E così creai le mie opere più belle. Navi d'argento con polene d'airone, per i nobili; grandi vascelli guidati da tritoni possenti per le famiglie dei guerrieri; sottili scialuppe per gli spiriti solitari. Tutti partirono. Io non volevo andarmene, fino all'ultimo. E fino all'ultimo rimasi, fino a che non sentii che era giunto il mio tempo. Allora presi l'ascia, e commisi la sacra violenza, sulla giovane quercia. Dal corpo che lei mi aveva donato, ricavai un vascello: sulla polena scolpii una sirena, con il viso della ragazza che per prima avevo amato. Misi in acqua la scialuppa in una tiepida mattina di tarda primavera. Avevo gli occhi gonfi di lacrime, ma il cuore colmo di speranza. Navigai per giorni. Il mare era tranquillo, i gabbiani auguravano fortuna con il loro volo.
Finalmente giunsi in vista della costa: morbidi colli ondulati, foreste verdi in cui echeggiavano le risate dei primi bimbi nati al di là del mare. Ma quando i miei occhi scrutarono la terra madre, il cielo si fece di piombo, il vento ululò la sua ira. E le onde mi sbalzarono indietro, il legno si piegò e scricchiolò. Nel fragore della folgore che batteva il mare, la mia scialuppa si squarciò. Ed io finii nella morsa feroce del mare in tempesta. Fui sommerso. L'oscuro velo della morte calò per la prima volta sui miei occhi.
Da allora vivo le mie vite: quando mi risveglio, finalmente cosciente, cerco di ricostruire il passato, fino a che non mi convinco di avere scontato la mia pena, e che finalmente sono pronto. Allora parto, raggiungo di nuovo la spiaggia di sabbia fine. Con una nuova barca, mi spingo nell'acqua. E vedo di nuovo le colline beate. E sempre, allora, il cielo diventa scuro e il vento si alza. Sempre allora vengo travolto dalla tempesta che si scatena. Muoio di nuovo, ogni volta. Chissà, forse questa volta è quella buona, mi dico ad ogni nuovo risveglio. Fino ad ora non è stato così. Ma, chissà, forse questa volta…


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